Libri dimenticati: “Memorie di un barbiere” di Giovanni Germanetto o l’autobiografia semiseria di un Resistente.

Milano, 1926: “Una volta, fermato un operaio, [la polizia trovò] in tasca un biglietto così concepito: ‘Trovati domani alle ore 10 precise al solito posto. Vi sarà un compagno ad attenderti. Come segnale di riconoscimento porta la Gazzetta dello Sport in mano, piegata.’ La Gazzetta dello Sport è di colore rosa. Tutti quelli che furono visti in giro colla Gazzetta – a Milano sono molti che leggono questo giornale – furono portati in Questura, erano centinaia. Ma la riunione ebbe luogo indisturbata”.

Questo è solo uno degli esilaranti episodi della lotta antifascista che Giovanni Germanetto, nome in codice “Barbadirame,” racconta nella sua autobiografia oggi dimenticata, Memorie di un barbiere. Il libro risale al 1930 ma viene pubblicato in Italia solo nel 1949, per ovvi motivi, dalle Edizioni Rinascita con prefazione di Palmiro Togliatti.

A rendere la lettura piacevole nonostante la drammaticità dei temi trattati, è la personalità del suo autore. Rispetto ad altri racconti simili, Germanetto ci offre infatti un punto di vista diverso, non è un intellettuale, un teorico o un politico, ma un operaio, un autodidatta intelligente e fuori dagli schemi, sarcastico e autoironico.

C’è da dire che la sua vita è un romanzo di per sé: nato in un paesino della provincia di Cuneo in una famiglia operaia, viene colpito in tenera età da una malattia che lo renderà invalido alla gamba per tutta la vita: “Mio padre, operaio meccanico, ateo, lavorava sempre più delle undici ore giornaliere per farmi curare dai dottori”. Già adolescente, Germanetto si iscrive al Partito Socialista, scelta per la quale viene cacciato di casa, e comincia a lavorare come apprendista barbiere in diverse località del Piemonte. Parallelamente, inizia una carriera come cronista locale ed è delegato ai congressi del suo Partito. In una di queste occasioni incontra Mussolini, alla vigilia del primo conflitto mondiale, quando questi era ancora direttore de L’Avanti!:

“Mi apparve diverso da come me lo ero immaginato. E tale impressione aumentò quando lo sentii. Fui deluso! Parlava sempre di sé, delle sue proposte, dei suoi articoli…”

La testimonianza di Germanetto è preziosa anche per quanto riguarda i mutamenti sociali, ad esempio di come la moda femminile dei capelli “alla maschietta” duramente condannata nella realtà provinciale di quegli anni: “i preti sono sempre stati contro le cose nuove e quando videro che nella nostra vetrina vi era un cartello ‘Si tagliano i capelli alle signore’, iniziarono la campagna nel giornale e dal pulpito, niente di meno (proprio loro!) contro i …deturpatori dell’estetica femminile.”

Anche la Prima guerra mondiale è raccontata in modo estremamente lucido e sarcastico: verso la fine del conflitto, Germanetto viene richiamato per la visita medica, nonostante sia stato riformato, insieme ad altri invalidi di cui riporta un esilarante dialogo:

             “ – Andrò soldato anch’io, non l’avrei mai creduto! Ho 48 anni, due figli soldati di cui uno all’ospedale, un’ernia che mi fa sempre male!

  • Ti faranno l’operazione e poi ti manderanno a combattere – disse un gobbetto dagli occhi vivi e canzonatori.
  • Lo credi? – rispose l’altro spaventato – Non mi sono fatto operare apposta perché non mi prendessero soldato.”

In quegli stessi anni Barbadirame si reca nel paese di Villafalletto dove avviene un peculiare incontro. Quando chiede a un contadino se lì ci sia qualche socialista che lo possa aiutare ad organizzare un comizio, questi gli risponde: “Sì, c’è un certo Bartolomeo Vanzetti, ma non è socialista, è uno di quelli che ammazzo i re (voleva dire anarchico). Non parla mai con nessuno e nessuno parla mai con lui”. Vanzetti emigrerà poco dopo negli Stati Uniti dove verrà condannato a morte insieme a Nicola Sacco e viene così descritto dall’autore: “Parlava lentamente, in dialetto. Si sentiva l’uomo che leggeva molto. Non potei convincerlo. Mi disse: ‘Cosa volete mai fare in questo paese! Qui domina il prete, sono tutti ignoranti.’”

Segue il racconto dei grandi scioperi e delle occupazioni delle fabbriche durante il biennio rosso, lotte che condussero ai primi miglioramenti nella vita dei lavoratori come la tanto agognata giornata di otto ore. Divertente l’aneddoto riguardo alla reazione di Giolitti nei confronti dei padroni di fabbrica:

“Si dice che una commissione di industriali torinesi furibondi si sia recata a Bardonecchia, dove Giolitti soleva passare le sue vacanze. Chiesero a Giolitti che cosa intendesse fare di fronte all’ occupazione

  • Lascino fare e poi vedremo!
  • Bisogna impedire che gli operai si installino nelle fabbriche, bisogna cacciarli colla forza e il governo ha il dovere di farlo – disse uno degli industriali, – anche col cannone se occorre…
  • Bene, bene – si dice abbia risposto il presidente del Consiglio dei ministri, calmo e tranquillo, – mi dia l’indirizzo della sua fabbrica, incominceremo a bombardarla…”

Testimone diretto della scissione di Livorno, Germanetto è uno dei delegati al Congresso socialista del 1921: “quando noi comunisti uscimmo incolonnati per recarci al teatro S. Marco per il congresso di costituzione del Partico Comunista d’Italia, al canto dell’Internazionale, parve che l’anima del congresso se ne andasse”.

Con l’avvento di Mussolini al potere, Germanetto prende parte da subito alla lotta antifascista in tutto il Nord Italia, dove viene arrestato e condannato diverse volte tra il 1924 e il 1927. Riesce poi a emigrare in Francia per poi rifugiarsi in URSS dove diventa un membro attivo del Komintern e coordina la Resistenza al fianco di Togliatti. È lui, per esempio, a spedire le famigerate di lettere di Ruggero Grieco a Gramsci che si trova in carcere a San Vittore.

Rientrato in Italia nel 1946, affianca il Comitato centrale del PCI e pubblica con Paolo Robotti Trent’anni di lotte dei comunisti italiani. Fa poi ritorno in Unione Sovietica, dove muore nel 1959.

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