L’elettroshock: un’invenzione italiana

Il macchinario, sperimentato per la prima volta sull’uomo nel 1938 a Roma, si è presto diffuso in tutto il mondo plasmando l’immaginario collettivo della psichiatria per sempre.

Photo by Elina Krima on Pexels.com

Roma, aprile 1938, Ugo Cerletti, direttore della clinica neuropsichiatrica universitaria sperimenta per la prima volta su un uomo la sua invenzione, destinata a rivoluzionare e a plasmare l’immagine collettiva della psichiatria per sempre: l’elettroshock.

Il primo paziente è un uomo di mezza età originario del nord Italia, trovato in totale stato di smarrimento nei pressi della Stazione Termini.

Il primo esperimento avviene in gran segreto “Affettavamo una padronanza di noi che, seppur pienamente giustificata sul piano razionale, tuttavia non era affatto sentita sul piano emotivo”, ricorda Accornero, assistente di Cerletti, rievocando gli sguardi angosciati e timorosi dei medici, il sudore sulla fronte e respiro trattenuto di tutti i presenti. Il racconto è riportato in Ugo Cerletti: scritti sull’elettroshock di Roberta Passione edito da Franco Angeli.

Il macchinario è ancora un prototipo rudimentale messo a punto con il collega Lucio Bini ma la procedura rimarrà praticamente invariata per decenni: al paziente viene applicata una scossa elettrica di 200 mA per un decimo di secondo che induce lo spasmo elettrico e la perdita di coscienza, segue una repentina inspirazione con la quale si installa l’apnea. Arriva quindi una fase pre-convulsiva nella quale si osservano reazioni neurovegetative (arresto e successivo rallentamento pulsazioni cardiache, tachicardia, sguardo fisso con occhi sbarrati grido violento, abbozzo di fuga e altri automatismi motori).

Si instaura quindi la fase convulsiva, che secondo la teoria di Cerletti, è la cura vera e propria di alcune malattie psichiatriche, in particolare nella schizofrenia e nella “frenosi maniaco-depressiva”. Malattie allora soprannominate “le due grandi inclassificabili” dagli stessi psichiatri.

L’ipotesi terapeutica che si cela dietro a questa pratica è infatti che la crisi convulsiva sia capace di curare queste malattie. La scossa elettrica sarebbe capace di riattivare i circuiti primari più vitali dell’istinto di sopravvivenza di cui ogni essere umano è dotato. Questi meccanismi vitali sarebbero inibiti nei pazienti schizofrenici o depressi e quindi riattivati tramite l’elettroshock.

Cerletti stesso è cosciente del grande trauma provocato dalla sua invenzione: “Dopo l’elettroshock rimane spesso nel subcosciente una vaga sensazione di paura, proprio come sul mare quando, dopo la tempesta, il vento cessa, ma le grandi e potenti onde continuano ancora a lungo.” E auspica che presto si possa scoprire un metodo di cura altrettanto valido ma meno traumatico.

Ugo Cerletti

È inoltre importante comprendere che, per quanto l’elettroshock possa oggi sembrare un metodo brutale, tra tutte le terapie di shock nate tra le due guerre, è ai tempi quello considerato più indolore e rispettoso del paziente. L’invenzione di Cerletti arriva infatti dopo una serie di metodologie terapeutiche molto cruente, pericolose e rivelatesi poi totalmente inefficaci nella cura delle malattie psichiatriche.

L’era delle terapie di shock, che hanno tutte lo scopo di scatenare la crisi convulsiva ritenuta terapeutica, viene inaugurata nel 1917 dall’austriaco Julius Wagner von Jauregg che inocula nei suoi pazienti il plasmodio della malaria per provocare ripetuti shock febbrili.  Sempre a Vienna, pochi anni dopo, Manfred Sakel mette a punto lo shock ipoglicemico, indotto somministrando massicce dosi di insulina. Infine, nel 1934, l’ungherese Ladislas von Meduna mette a punto shock cardiazolico: le crisi epilettiche avvengono mediante il Cardiazol, un derivato sintetico della canfora, che provoca atroci sofferenze.

Si capisce quindi come, in paragone a queste pratiche dolorose, prolungate e spesso con esiti fatali, l’elettroshock sia una tecnica più “umana”.

Cerletti ebbe l’idea di usare la scossa elettrica dopo aver appreso che al mattatoio di Roma i maiali venivano storditi con la corrente prima di essere macellati. Si osserva infatti che se l’applicazione è biparietale, gli animali non muoiono mai folgorati ma sono in preda a convulsioni di tipo epilettico. Dopo aver osservato di persona questo fenomeno, Cerletti intraprende per lunghi anni sperimentazioni su animali di tutti i tipo, osservando sempre lo stesso tipo di reazione.

A convincerlo del successo terapeutico di questa pratica è soprattutto il fatto che in tutte le specie animali, benché in stato di incoscienza, le cavie mettano in atto un meccanismo di difesa e di fuga (i volatili sbattono le ali, i mammiferi simulano i movimenti della corsa). Secondo lui questo proverebbe che la convulsione vada ad agire sugli istinti vitali che verrebbero quindi risvegliati grazie all’elettroshock.

Benché i benefici non siano mai stati provati scientificamente, questa pratica riscuote un enorme successo e presto si diffonde in tutto il mondo. Ricordiamo che al tempo la psichiatria è una scienza del tutto impotente rispetto ad altre discipline mediche, che si limita contenere nei manicomi i “matti” separandoli cosi dalla società e dai “normali”.  I primi psicofarmaci arrivano solo alla fine degli anni ’50.

L’elettroshock diventa presto la terapia di elezione nei manicomi di tutto il mondo, è un macchinario semplice ed economico, la somministrazione avviene in serie, in grandi stanzoni dove non vengono risparmiati neanche i bambini più piccoli. Alcuni di questi pazienti subiscono un trattamento ogni settimana per periodi lunghissimi, anche di anni, come racconta Adriano Pallotta, a lungo infermiere al manicomio di Roma Santa Maria della Pietà, in Scene da un manicomio (Magi Edizioni), che in quarant’anni carriera dice di avere visto solo due pazienti realmente guariti dopo l’elettroshock.

È negli Stati Uniti che l’elettroshock riscuote il maggiore successo, viene addirittura adoperato a domicilio da medici senza troppi scrupoli.

Duramente criticato dalla corrente dell’antipsichiatria che in Italia porta alla Legge Basaglia e alla chiusura dei manicomi, l’elettroshock rimane nell’immaginario collettivo una pratica degna dei film dell’orrore e non a caso si parla in modo dispregiativo di “Push the botton therapy” (terapia dello schiacciare il pulsante).

Oggi è ancora usato in numerosi Paesi, tra cui l’Italia, anche se in casi molti circoscritti e con il pieno consenso del paziente.

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