Il lavoro che mi fa sentire libera

Photo by Artem Beliaikin on Pexels.com

Due mesi fa ho iniziato un lavoro che mi ha cambiato la vita. Come spesso accade è successo nel modo più inaspettato.

Era da diversi mesi che la mia amica Erica mi diceva “Ma dai, cosa aspetti? Fallo pure tu!”.

Di cosa sto parlando? Torniamo indietro un attimo.

Erica ed io condividiamo un destino simile.

Siamo entrambe figlie di  due medici dalle personalità ingombranti… si ma non è di questo che voglio parlare. L’altra caratteristica comune è che siamo delle “mezzosangue”, delle creature metà-metà. Lei metà neozelandese, io metà francese. Condannate a camuffare termini che sappiamo pronunciare benissimo con improbabili pronunce romanesche.

È da tanto che ho imparato a non pronunciare termini come “collant” o “Mont Blanc” con le vocali nasali. E à da un po’ che freno la lingua quando sento gli italiani usare l’espressione “pourparler” come sinonimo di “tanto per parlare” (vuol dire negoziati, sappiatelo!)

Ad ogni modo, durante il primo lockdown Erica ha iniziato a impartire lezioni di italiano e di inglese su una piattaforma online e né è subito rimasta entusiasta.

“Devi assolutamente farlo anche tu con il francese!”.

Ma io ho tardato ad iscrivermi. Il motivo: un po’ per lo snobismo radical chic pariolino trasteverino che mi contraddistingue, ma soprattutto perché me la facevo sotto.

Io che do lezioni di francese a degli sconosciuti? Io che non so parlare? Io che mi vengono sempre in mente le risposte alle discussioni il giorno successivo, peggio di Rousseau? Impossibile.

Ma ultimamente molte cose sono cambiate nella mia. Cose di cui parlerò più avanti. Così un paio di mesi fa ho sentito che dovevo provare. Da quando Alice è stata male nel 2019, mi sono licenziata dal mio lavoro in ufficio (ebbene sì, ho rinunciato a un contratto indeterminato part time con ottimo stipendio) e sentivo il bisogno di riprendere a lavorare. Però il solo pensiero di tornare a rinchiudermi in un ufficio mi creava una sensazione di grande malessere.

Insomma, mi decido. Vado sulla piattaforma, compilo il form, registro il video di presentazione (abbastanza penoso ma vabbè) e aspetto che il sito approvi il mio profilo. Una settimana dopo è online.

“Sorbonne graduate teaches French”

Oh, finalmente sta laurea in storia contemporanea alla Sorbona mi serve a qualcosa.

Vabbè, mi dico, forse, se va bene mi prenoteranno un paio di lezioni a settimana.

Prima prenotazione. Anzi due, la stessa sera, di fila.

Vado nel pallone, passo un giorno intero a preparare PowerPoint sulla fonetica, le coniugazioni, esercizi di ogni tipo. Penso di cancellare il profilo. Mi sveglio la notte con il dubbio atroce se “que je puisse” sia subjonctif présent o passé. Mi collego dieci volte nell’aula virtuale, certa che poi la condivisione dello schermo non funzionerà e che ci saranno solo problemi tecnici.

La sera della prima lezione mi collego con dieci minuti di anticipo. Mentre aspetto sudo freddo, obbligo Marco e i bambini a rimanere chiusi in una stanza al lato opposto della casa.

E poi arriva lei, la mia prima studentessa.

Una ragazza italiana che lavora come chef negli USA, simpaticissima. Le faccio leggere le slide di pronuncia che ho preparato. “Ma veramente le hai fatte tu?”. Finisce il collegamento e mi compra un pacchetto di venti lezioni.

Poi è il turno di un manager italiano che lavora nel Lussemburgo.

Nei giorni successivi un susseguirsi di studenti: una bambina neozelandese, un ragazzo americano che vive in Canada, una studentessa inglese che deve andare a studiare in Francia, una scolaretta messicana, una donna coreana in diretta da Seul, un’altra ragazza americana che vuole imparare la lingua del fidanzato francese. Ho conosciuto così più di cinquanta persone; ognuna con la sua storia.

Quanto lavoro? Dipende, se voglio libero l’agenda e posso anche dare dieci lezioni in un giorno, se ho un impegno o mi voglio svegliare tardi blocco quella fascia oraria.

Ogni lezione è diversa, anche se si studia lo stesso argomento.

Ho preso consapevolezza di cose incredibili: provate a spiegare a un indiano la nozione di maschile e femminile. Perché la sedia è femmina e perché il tavolo è maschio? È così e basta, era cosi in latino.

Provate a spiegare i verbi riflessivi a chi non li conosce: i pronomi riflessivi sono come dei piccoli specchi che riflettono l’azione sul soggetto.

Provate ad insegnare una lingua che quella persona ha sentito solo durante la sua infanzia e poi non ha sentito più, percepite l’emozione, come un odore di passato che prova nel ripetere il lessico legato alla famiglia.

Imparate che nella maggior parte delle lingue i tempi verbali non esistono, il tempo si esprime con avverbi e altri indicatori.

Scoprite che in tutte le lingue i bambini chiamano la madre con qualcosa che assomiglia a “ma”.

Esperienze profondissime che ci fanno capire quanto la lingua, con la sua grammatica, la sua sintassi, plasmi la nostra personalità e il nostro modo di percepire il mondo.

Tutto questo da casa vostra, con i pantaloni del pigiama. Con vostra figlia che gioca per terra vicino a voi, con l’arrosto nel forno che dovete togliere a fine lezione. Pensate che potete fare quello che volete, anche una lezione sulla Presa della Bastiglia dalla punta della Calabria collegati con una studentessa ucraina residente in Cina. E poi alle undici andare al mare con la vostra famiglia e la sera tornate dai vostri studenti americani.

Non esistono più otto ore in ufficio, che ci devi stare comunque anche se non hai niente da fare. Non esiste più il permesso, non esiste più la domenica. Lavoro quando voglio, quanto voglio e ogni volta è una piccola sessione di psicoterapia, anche e soprattutto per me.

Forse alcuni di voi ci vedono un lavoro precario, senza garanzie. Ed è vero; ma guadagnare come quando andavo in ufficio,  con queste modalirà mi fa sentire cosi libera che mai tronerei indietro.

Dedico questo piccolo articolo a chi dice che si stava meglio prima, senza tecnologia. Per me è tutto il contrario.

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