Cartoni animati anni ’80, scabrosi e immorali, contro cartoni di oggi, popolati di animaletti perfetti: chi ha ragione?

Ho da poco finito di ascoltare Invidia, fantastico podcast di Teresa Ciabatti (che adoro) disponibile su Audible. Invidia racconta in sei puntate piene di sarcasmo e lungimiranza i riferimenti culturali della mia generazione. Perciò i quarantenni e i cinquantenni italiani non posso assolutamente perderselo.

L’ultima puntata, dedicata a Cristina D’Avena, è quella che mi ha fatto riflettere di più. Non solo per il fatto che Ciabatti restituisce un ritratto magnifico ma anche spietato di una donna per certi versi ancora intrappolata in un mondo incantato infantile, del quale è in parte vittima; ma anche perché, essendo ora madre, non ho potuto fare a meno di paragonare i cartoni che guardavo io con quelli che vengono proposti ai bambini di oggi.

Dopo avere finito di ascoltare la puntata (in macchina con la mia famiglia in un folle roadtrip Abruzzo-Normandia e ritorno) ho subito riascoltato tutte le sigle dei cartoni cantandoli a squarciagola come una pazza, scena pietosa lo so. Mi ricordavo tutte le parole e è stato molto bello ripensare ai cartoni che credevo di aver dimenticato.

La mia generazione è cresciuta con i cartoni animati giapponesi, dei manga che a volte non erano destinati ai bambini, le scene esplicitamente violente o di sesso venivano tagliate, ma si intuiva comunque qualcosa che forse da piccolini non sapevamo bene indentificare ma che percepivamo sicuramente come ambiguo, eccitante o spaventoso.

Cito solo alcuni esempi che mi sono rimasti in mente: Margot, fidanzata di Lupin, a tette nude coperte da solo da due sottili bretelle, sparatorie a profusione sempre in Lupin che comunque era un ladro. Sempre ladre erano le tre sorelle di Occhi di gatto (una di loro era fidanzata con un poliziotto che usava per avere informazioni sui furti), Georgie e il triangolo incestuoso con i due fratelli acquisiti per non parlare di Lady Oscar che, oltre a essere una donna che si veste da uomo per entrare nella guardia del re di Francia, viene praticamente violentata da André.

Anche i cartoni più classici parlavano di orfani, guerre e soprusi da parte degli adulti. E, in fondo questo è in linea con la letteratura infantile dal ‘700 in poi. I bambini non venivano rassicurati ma gli veniva raccontato un mondo di lupi e orchi mangiabambini e di genitori che morivano lasciandoli soli al mondo.

Oggi invece i nostri figli vengono confrontati esclusivamente a storie di famiglie felici, di simpatici animaletti antropomorfi dove al massimo un elefantino butta una cartaccia per terra e viene per questo redarguito da tutti i suoi compagni. Qualche esempio?

Peppa Pig: un mondo di famiglie perfette in cui i lupi vivono in armonia con le pecore e i maiali.

Bing, un coniglio gigante che vive con un “tutore” a forma di pupazzo senza sapere che fine abbiano fatto i suoi genitori.

Perfino Masha, la più outsider ti tutte non è che una bambina capricciosa che alla fine fa sempre la cosa giusta.

C’è inoltre un paradosso: i bambini hanno un’enorme scelta di programmi, possono scegliere tra centinaia di cartoni da guardare on demand a tutte le ore, non certo come noi che dovevamo aspettare le quattro del pomeriggio e accontentarci di ciò che passava la Finivest. Però sono tutti cartoni simili, che ritraggono un mondo felice dove nessuno muore, nessuno ruba e dove tutti si comportano bene.

Siamo sicuri che sia presentare questi mondi perfetti e piatti sia la cosa migliore per i nostri figli? Certamente i cartoni che guardavamo noi sono discutibili ma è giusto presentare ai bambini un mondo dove non succede mai niente di brutto?

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