Chi sono?

La domanda più difficile di tutte…

Mi chiamo Orsola, odio il mio nome e vorrei tanto essere una Francesca qualsiasi.

Sono sulla soglia dei 40 anni ma ho ancora la testa della ragazzina che andava in giro con il walkman autoreverse e lo zaino Invicta portato su una sola spalla per sembrare più figa. Sono nata a Roma in una famiglia di sinistra in cui dovevo guardarmi Sanremo di nascosto, figlia unica di padre calabrese e madre francese. Ho avuto la fortuna di avere dei genitori straordinari che mi hanno insegnato a volare alto e non darmi pena per le piccole cose senza importanza.

Mi sono laureata in Storia Contemporanea alla Sorbonne senza sapere perchè. Dopo aver visto I Diari della Motocicletta ho voluto emulare Che Guevara e ho trascorso un paio d’anni in America Latina (Argentina, Peru, Cile, Ecuador..) come volontaria, ma non ho scatenato la rivoluzione. La salmonella e i pidocchi mi hanno subito dato nostalgia della mia vita radical chic tra Trastevere e i Parioli.

Di ritorno a Roma ho conosciuto mio marito Marco Spagnoli nel quale ho riconosciuto le mie stesse fragilità e con cui ho compiuto l’atto più rivoluzionario di tutti: abbiamo fatto tre figli in totale contro-tendenza demografica. A 27 anni, quando le mie amiche andavano in giro a fare master e sperimentavano i primi siti di internet dating, io cambiavo pannolini e mi tiravo il latte, e ne ero felicissima. Ma, “non si può avere tutto”, me lo sono sentita ripetere continuamente e la mia vita professionale è stata piuttosto mediocre.

Ho lavorato per qualche anno nel settore marketing-comunicazione ma, lo sappiamo, il nostro non è un paese per mamme e con due figli piccoli ho cambiato lavoro, sono diventata… una Office Manager part time, cioè una segretaria multiuso, anche se il titolo lo fa sembrare più figo. E poi andavo in ufficio con tailleur e tacco alto, mascherata da donna realizzata, un po’ come nelle pubblicità dei collants.

Nel 2016 ho dovuto affrontare un aborto terapeutico perchè il mio terzo bambino aveva patologie incompatibili con la vita, un dolore immenso e incolmabile al quale penso ancora ogni giorno. In questa terribile esperienza mi sono scontrata contro il muro dell’obiezione di coscienza. Racconterò a breve questa storia che mi ha profondamente segnata e che è ancora un grande tabù in Italia.

Meno di due anni dopo nasce Alice, la bambina della consapevolezza. Quando, all’età di un anno, contrae la malattia di Kawasaki decido di lasciare un lavoro che non mi piace, di togliere la maschera della presunta donna in carriera che riesce a gestire lavoro, figli, matrimonio, forma fisica e quant’altro senza sforzi. Premo sul tasto reset e cerco di rispondere alla domanda di cui sopra.

Chi sono? Ancora non lo so, ma lo sto scoprendo.

aggiungi un’altra pagina.

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